Se ripercorriamo la Storia del porto dai tempi delle prime paranze, cioè nella seconda metà dell’800, senza inoltrarci nei secoli precedenti di cui abbiamo notizie scarsissime a riguardo, dobbiamo notare che le prime reti a strascico dei nostri bisnonni venivano trascinate da due paranze, o barchitti, o lancette.
Erano reti a strascico ma leggere e per trainarle, eppure, c’era bisogno di due barche spinte dal vento.
Complessivamente, la forza del vento e la rete a strascico leggera, avevano un impatto ambientale modesto e, o perché si era solo all’inizio dello sfruttamento delle risorse marine o perché le tecniche usate non erano invasive, le risorse ittiche si mantenevano pressoché illimitate.
Si può affermare che in quel modo l’ambiente rimaneva intatto. La forza propulsiva, il vento, costringeva i pescatori ad usare reti adeguate ad esso. Quindi le reti a strascico si potevano chiamare “leggere” rispetto a quelle odierne. E comunque ogni due barche, una rete.
La situazione ha cominciato ad evolvere ai primi decenni del ‘900, con l’ingresso sul mercato dei motori marini. Ci ricordiamo dei motori degli anni ‘50/’60, Ansaldo soprattutto, che, per dirla con una battuta, “facevano un giro al minuto”. Erano i primi diesel marini, con un basso numero di giri.
Comunque da allora, cioè da quando si incominciò ad installarli sui primi pescherecci, che poi erano in certi casi le ultime paranze a vela trasformate, ogni barca trainava una sola rete a strascico. Per aprire la bocca della rete si cominciarono ad utilizzare nuove attrezzature fra le quali le più importanti furono " i divergenti", che in dialetto venivano chiamate "porte", proprio per la loro forma, come se fossero dei piccoli portoncini. I primi divergenti erano fatti di legno e ferro e la loro finalità era quella, usate a coppia, di strusciare sul fondo e allargare, mentre era in tiro, la bocca della rete. E da allora fu possibile ad una sola barca trascinare una rete.
E quindi da allora lo sforzo produttivo iniziò ad aumentare.
Per tutto il secolo, pur passando attraverso due guerre mondiali, lo sviluppo dei motori da una parte e delle barche dall’altra continuò incessantemente: motori sempre più potenti, con più cavalli, su barche sempre più marine e attrezzate.
E se le paranze a vela trascinavano in due una sola rete leggera su un tratto di due miglia in un’ora, le barche a motore trascinavano una rete più pesante su un tratto di fondale di quattro miglia in un’ora.
Più i motori sono diventati potenti, più è aumentato il tratto di fondale su cui la rete strisciava. Non solo ma, durante il secolo, il numero delle barche è cresciuto notevolmente. E le reti si sono appesantite, anche se sono sostanzialmente rimaste uguali alle reti a strascico tradizionali.
E se le paranze a vela trascinavano in due una sola rete leggera su un tratto di due miglia in un’ora, le barche a motore trascinavano una rete più pesante su un tratto di fondale di quattro miglia in un’ora.
Più i motori sono diventati potenti, più è aumentato il tratto di fondale su cui la rete strisciava. Non solo ma, durante il secolo, il numero delle barche è cresciuto notevolmente. E le reti si sono appesantite, anche se sono sostanzialmente rimaste uguali alle reti a strascico tradizionali.
| rete tradizionale |
Anche le attrezzature venivano pian piano cambiando: dai calamenti (le cime che trascinano la rete, fatte di pezzi di diverso spessore) salpati a mano o con l’aiuto dei paranchi sulle paranze, si è passati ai calamenti tirati su dai verricelli azionati dai motori.
Inoltre dai calamenti di fune delle paranze si è passati ai cavi d’acciaio attuali.
Negli ultimi decenni del ‘900 c’è stato un adeguamento continuo sia delle reti sia delle attrezzature a bordo dei pescherecci.
Inoltre dai calamenti di fune delle paranze si è passati ai cavi d’acciaio attuali.
Negli ultimi decenni del ‘900 c’è stato un adeguamento continuo sia delle reti sia delle attrezzature a bordo dei pescherecci.
Ed è incominciato lo sfruttamento intensivo delle risorse marine.
Ma con l’avvento sul mercato delle reti “americane”, all’inizio del nuovo secolo, l’aggressione all’ambiente si è notevolmente accentuato. La caratteristica delle reti americane è principalmente quella di avere sulla “bocca” delle pesantissime catene che “arano” letteralmente il fondale pescando tutto quello che capita e distruggendo l’ambiente.
rete a strascico americana
Ma con l’avvento sul mercato delle reti “americane”, all’inizio del nuovo secolo, l’aggressione all’ambiente si è notevolmente accentuato. La caratteristica delle reti americane è principalmente quella di avere sulla “bocca” delle pesantissime catene che “arano” letteralmente il fondale pescando tutto quello che capita e distruggendo l’ambiente.
La rete americana ha sui fondali, per usare una similitudine, lo stesso effetto che avevano sul terreno i cavalli di Attila, il famoso condottiero barbaro del tempo dei Romani, di cui si diceva che dove passava lui non cresceva più erba, intendendo con questo che i suoi numerosissimi cavalieri e i suoi cavalli erano così “invasivi” da radere il suolo. Ecco, la rete americana fa lo stesso lavoro.
rete americana con catene
Alcuni pescatori, avveduti, sono rimasti fedeli allo strascico tradizionale. Ma pur sempre troppo pochi rispetto alla maggioranza, che invece ha rincorso lo sfruttamento ittico con le reti americane.
Alcuni pescatori, avveduti, sono rimasti fedeli allo strascico tradizionale. Ma pur sempre troppo pochi rispetto alla maggioranza, che invece ha rincorso lo sfruttamento ittico con le reti americane.
Ma non solo. Con l’adeguamento delle attrezzature a bordo, e quindi dei verricelli, e con l’aumento di potenza dei motori, ogni barca è arrivata a trainare da sola fino a quattro reti americane.
Questo in Adriatico e nel Mediterraneo.
Abbiamo parlato nei giorni scorsi con un comandante di peschereccio da pesca Atlantica che ci raccontava di aver trainato con la sua sola barca fino a otto reti americane, contemporaneamente.
Poi ha smesso perché anche in quelle zone il pesce si è rarefatto.
Abbiamo parlato nei giorni scorsi con un comandante di peschereccio da pesca Atlantica che ci raccontava di aver trainato con la sua sola barca fino a otto reti americane, contemporaneamente.
Poi ha smesso perché anche in quelle zone il pesce si è rarefatto.
Annamaria, con il suo banco di pesce
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Allora ci torna in mente quello che raccontava Giovanni Soldini, il famoso navigatore a vela in solitario italiano: lo sfruttamento delle risorse ittiche, sia a livello di mare Adriatico sia a livello mondiale, è stato negli anni “di progresso civile” talmente esasperato da portare ad un generale impoverimento della fauna ittica. Per fare un solo esempio, raccontava in TV (Geo&Geo), negli scorsi giorni di marzo 2011, che un suo amico pescatore messicano gli diceva che anni fa con cento metri di reti campava la famiglia; adesso con mille metri non ce la fa.
E il problema dell’impoverimento della fauna riguarda tutti i mari ed oceani, a causa dell’eccessivo sfruttamento degli stessi. Le notizie in proposito sono giornaliere.
La rarefazione del pesce è dovuta allo sfruttamento esagerato delle risorse marine e delle tecniche di pesca, oltre che all'inquinamento dei mari.
I pescatori devono convincersi che in fondo il mare, in un certo senso, è loro e loro soprattutto devono preoccuparsi di salvaguardarlo.
Anche se del loro sforzo produttivo non ne hanno beneficiato soli. Ne ha beneficiato l'indotto e ne ha beneficiato tutta la società, se non altro come consumatrice finale di appetitosi piatti.
Anche se del loro sforzo produttivo non ne hanno beneficiato soli. Ne ha beneficiato l'indotto e ne ha beneficiato tutta la società, se non altro come consumatrice finale di appetitosi piatti.
Dall’articolo di Paolo Valentino del 28 maggio sul Corriere della Sera, abbiamo notizia della pubblicazione del nuovo libro di Mark Kurlansky, “World without fish”, (Un mondo senza pesce), “che chiunque si occupi di problemi ambientali dovrebbe leggere. Ogni suo capitolo si apre con una citazione di Charles Darwin: anche se tutti lo conoscono per la teoria dell’evoluzione,«la sua lezione più importante è quella che noi chiamiamo biodiversità: per avere un ecosistema in salute abbiamo bisogno di un'ampia varietà di specie. Il punto è che abbiamo alterato il modo di funzionare della natura. Non è possibile tornare indietro, ma occorre ricostruire un ordine naturale in grado di funzionare e perpetuarsi».
E questo significherà anche cambiare il nostro stile di vita personale e le nostre abitudini di Paesi abbienti. Dovremo essere più responsabili nella scelta del pesce che compriamo.
E anche smettere di depredare le riserve marine al largo dell'Africa e del Sudamerica. Educare i pescatori alla sostenibilità, anche mettendo al bando le tecnologie più invasive come le reti a strascico, come già accade in alcune piccole aree in Europa e in America. Ridurre l'inquinamento dei mari.
«Ma non è tanto e solo una questione di salvare gli oceani - spiega Kurlansky - quanto di salvare loro (i pesci, ndr) e il nostro rapporto con loro.
L'acquacoltura non è una soluzione: non solo è un disastro sul piano ambientale, ma non salvaguarda il rapporto col mare. La diversità sociale è altrettanto preziosa della biodiversità: occorrono molte culture perché una civiltà fiorisca e quella del mare è fondamentale».”
Intanto da questo articolo di Enrico Bellinelli del 4 maggio 2011, apparso sul Corriere della Sera-Veneto, abbiamo letto: Che succede nell'alto Adriatico? Le vongole muoiono senza una plausibile spiegazione. I banchi di pesce si riducono. Bruxelles vieta di pescare sottocosta. Il risultato è che i pescatori sono alla fame, il pesce inizia a costare sempre di più, e all'ingrosso il pesce locale sta sparendo. «Il fatto è che in Adriatico il pesce non sa più dove scappare» dice Corrado Piccinetti, biologo che insegna all'Università di Bologna . Quando dice scappare, intende «dall'uomo», dai pescatori. Di quel che accade sotto la superficie del mare, noi ce ne accorgiamo al mercato: squilibri che iniziano a prendere la forma dell'impennata dei prezzi. Sino a metà aprile, al mercato all'ingrosso di Chioggia, il prezzo medio delle canoce, (cicale di mare), era di 11 euro al chilo, con picchi sopra i 13. Come gli scampi. I calamari hanno toccato picchi di 40 euro al chilo. A marzo, le anguèle (acquadelle) toccavano i 7 euro. I banchi delle pescherie venete iniziano a somigliare a fiere del lusso. I mali del mare, poi, affiorano in piena stagione turistica, con il ritardo nei ripascimenti dei litorali.
Le cave di sabbia ospitano fragili colonie di vongole. È una lotta contro il tempo: vanno prelevate prima di aspirare la sabbia necessaria alle spiagge, e immerse in zone dove, da anni, si verificano inspiegate morie che hanno messo in ginocchio i vongolari del Veneziano. Piccinetti ha seguito un progetto della Regione per ripopolare le aree sterili: «È un fenomeno che si verifica da vent'anni - spiega -, eppure le morie recenti non paiono legate a una causa acuta come la carenza di ossigeno. Soprattutto non muoiono tutte le specie che vivono in quelle aree». Sbalzi di salinità, shock termici: nessuna causa basta da sola a spiegare questo fenomeno, la sola cura è un piano di gestione che provveda ogni anno a ripopolare i banchi di vongole. Eppure a soffrire di più, nell'ultimo anno, sono i pescherecci con la «K», quelli della pesca sotto costa. Il famigerato regolamento 1967/2006 dell'Unione Europea ha messo in ginocchio i pescatori che da novembre a marzo pescano le acquadelle o da marzo a giugno le seppie e canoce. Nascono e diventano adulte solo in questo lasso di tempo, ma la Ue ha imposto reti a maglia larga che lasciano sfuggire queste piccole prelibatezze. A denti stretti qualche dirigente delle associazioni di pesca ammette che si sperava in una deroga della deroga. Che finisse all'italiana, insomma. Invece è finita alla prussiana: è stato applicato.
A Chioggia molti pescherecci non escono più, oppure calano le reti vietate. La Guardia costiera stacca verbali da 2 mila euro a chi torna a pescare dentro le 3 miglia. Ma non resta altro che rischiare se si vuol portare qualcosa in banchina. «A fine marzo - racconta un pescatore - siamo usciti in mare con la "sciabica", (una rete che si usa in Liguria, ndr) per la pesca sperimentale delle acquadelle, siamo tornati con una cassetta di moli che vale 30 euro. Tolti 20 euro di spese vive, cosa ci resta? I signori di Bruxelles dovrebbero venire qui a Chioggia, salire a bordo delle nostre barche e vedere che con la sciabica non prendiamo ni-en-te! Vogliamo le deroghe come le hanno avute anche altre regioni». In banchina la sensazione è che si sia fatto della piccola pesca un capro espiatorio. I banchi di pesce sono decimati dalla pesca massiva che interrompe la catena alimentare, col risultato che i predatori si spostano altrove per sopravvivere.
«Sta arrivando la nuvola nera», dice Maria Berica Rasotto, biologa dell'Università di Padova che coordina il «Progetto Clodia». «Che cosa accade se si continua con questo sforzo di pesca che porta sui mercati pesci cui non si dà la possibilità di riprodursi? Noi proviamo a dare una risposta - spiega - Per quattro anni sono state fatte ricerche su squali e razze. Se ne è estratto un modello previsionale che va bene anche per altre specie. Nei nostri modelli, dopo soli cinque anni di minor sforzo di pesca sulle specie più vulnerabili, la curva della popolazione risale ».
La ricerca indica alla politica come raggiungere la sostenibilità ambientale.
«Ma è necessario sostenere economicamente i pescatori in questa fase di transizione. E non solo una marineria, quella di Chioggia, perché altrimenti altri mercati ti sopravanzano ».
«Sta arrivando la nuvola nera», dice Maria Berica Rasotto, biologa dell'Università di Padova che coordina il «Progetto Clodia». «Che cosa accade se si continua con questo sforzo di pesca che porta sui mercati pesci cui non si dà la possibilità di riprodursi? Noi proviamo a dare una risposta - spiega - Per quattro anni sono state fatte ricerche su squali e razze. Se ne è estratto un modello previsionale che va bene anche per altre specie. Nei nostri modelli, dopo soli cinque anni di minor sforzo di pesca sulle specie più vulnerabili, la curva della popolazione risale ».
La ricerca indica alla politica come raggiungere la sostenibilità ambientale.
«Ma è necessario sostenere economicamente i pescatori in questa fase di transizione. E non solo una marineria, quella di Chioggia, perché altrimenti altri mercati ti sopravanzano ».
Il ns. commento a questo articolo,sullo stesso giornale, date le premesse iniziali, non poteva essere che questo:
"L’articolo di oggi mette in rilievo i problemi della pesca che lamentano anche i pescatori pescaresi. Qui in banchina si discute del fatto che il pesce si è fatto ulteriormente più scarso a causa dell’uso SMODATO delle reti “americane”, che vanno tolte perché rovinano troppo i fondali. La scarsità del pescato è oramai sotto gli occhi e le tasche di tutti i pescatori: qualche rimedio bisogna trovarlo. Perché gli incassi non coprono più nemmeno i costi del carburante. E secondo le voci più sincere ed esperte i rimedi sono questi:
-Bruxelles ha ragione a vietare la pesca sottocosta. Nelle zone dentro le tradizionali 3 miglia va vietata ASSOLUTAMENTE, perché è in questo tratto di mare che le specie si riproducono. Ma il divieto va mantenuto per tutto l’anno e anzi va ostacolato con la posa in mare di ostacoli (scogli, macerie, etc…) che diventerebbero tane di ripopolamento
-Le reti a maglia larga imposte dalla UE non risolvono il problema, perché quando le reti sono in tiro, le maglie, anche se più larghe, si stringono e comunque non lasciano passare vivi i pesci, nemmeno quelli piccoli -Il prof. Piccinetti (che però, secondo i nostri, diede a suo tempo parere favorevole alle reti americane) e la biologa dott. Rasotto hanno ragione: i nostri dicono che bisognerebbe attuare un fermo pesca per tutto l’Adriatico, di 4/5 mesi, nel periodo primaverile, perchè allora il pesce si riproduce; ma in tutto l’Adriatico, perché altrimenti una zona invaderebbe l’altra; e probabilmente ripeterlo ogni anno.
-Ma la pesca in acque internazionali, oltre le 12 miglia dalla costa, come può essere regolamentata ?
-I pescatori vanno aiutati in questo periodo di transizione con una forma di cassa integrazione, come per altre categorie. Sappiamo che questi sono accordi difficili e da fare anche con la CEE (che ha fondi disponibili) e con la FAO, quindi un po’ più complicati."
Si può dire che in Adriatico settentrionale i problemi sono più accentuati che nell’Adriatico centrale e a sua volta nell’Adriatico centrale sono più accentuati che nella parte meridionale. Certamente ha influito l’effetto antropico (attività umane), progressivamente diverso da Venezia a Otranto, oltre che la biodiversità del mare.
E, per concludere, per quanto riguarda strettamente le problematiche della pesca, nell’editoriale successivo al nostro intervento, Fausto Pezzato, sempre sul Corsera-Veneto, ha scritto, il 5 maggio 2011: " ...Sotto le apparenze ci sono realtà così sconvolgenti che la mente collettiva non può sopportarle senza esplodere. Ma vi sono momenti in cui il disastro che abbiamo combinato appare comunque ai nostri occhi ed emerge dalle nostre coscienze per una sorta di resa dei conti. E in una di queste visioni constatiamo al di là di ogni dubbio che il nostro Adriatico è un letamaio: il pesce che non muore nella cloaca fugge lontano, spinto dall'istinto di sopravvivenza.
Qualcuno lo sapeva, altri lo immaginavano, la maggioranza non se ne dava pensiero come siamo abituati a fare quando i problemi superano la capacità di affrontarli.
Gli ammonimenti non sono serviti, le prediche sulla scena del crimine sarebbero una atroce ipocrisia. Allora è (o ci illudiamo che sia) più conveniente chiamare in causa la politica regionale, convocarla senza distinzioni di partito, anzi obbligarla a disfarsi di sigle, insegne e distintivi e allinearla lungo le nostre coste dove si sta estinguendo ogni forma di vita.
Qualcuno lo sapeva, altri lo immaginavano, la maggioranza non se ne dava pensiero come siamo abituati a fare quando i problemi superano la capacità di affrontarli.
Gli ammonimenti non sono serviti, le prediche sulla scena del crimine sarebbero una atroce ipocrisia. Allora è (o ci illudiamo che sia) più conveniente chiamare in causa la politica regionale, convocarla senza distinzioni di partito, anzi obbligarla a disfarsi di sigle, insegne e distintivi e allinearla lungo le nostre coste dove si sta estinguendo ogni forma di vita.
Invitare deputati, senatori e portaborse, sindaci , assessori e consiglieri ad ammirare il risultato della nostra incoscienza e della loro vanità.
Non per scaricare su qualche centinaio di persone responsabilità che in diversa misura sono di tutti, ma per invitarle a unire intelligenze ed energie nell'unica missione che il presente esige per traghettarci nel futuro.
Detto con un filo di volgarità e una chiarezza universale: «salvarci le chiappe».
Se in precedenza la cupola del tempio risuonava di voci contrapposte, vera e propria colonna sonora del caos, adesso dobbiamo restituire alle parole il loro senso e convogliarle verso il solo traguardo rimastoci. Mentre le signore affilano le armi della seduzione nella competizione estiva tra Chioggia e Trieste, e l'industria del turismo balneare sforna gli spot pubblicitari del paradiso di sabbia che sta per accogliere i suoi fedeli, i pubblici amministratori di ogni ordine e grado e le nostre pattuglie di parlamentari, nonchè i dirigenti delle categorie imprenditoriali, faranno bene a convincersi che, senza interventi immediati e radicali che chiamano in causa un intero sistema economico con i suoi effetti collaterali, quello che ci ostineremo a definire «fenomeno inspiegabile» potrebbe svilupparsi in un degrado senza ritorno.
I pesci non hanno l'abitudine di celebrare suicidi di massa per misteriosi e indecifrabili «errori» ignoti alla nostra cultura, semplicemente soccombono quando li priviamo delle caratteristiche vitali del loro ambiente.
Non dovendo portare il fardello dell'intelligenza, è probabile che siano esentati dall'obbligo della stupidità.
Come quasi tutti gli animali «domestici», vale a dire commestibili, sono condannati a tirare avanti in un mondo sofisticato che li intossica prima di mangiarli. Così essi possono trasferire sulle nostre tavole, assieme ai piaceri della gola, i brividi del crimine di cui siamo gli unici autori.
Non per scaricare su qualche centinaio di persone responsabilità che in diversa misura sono di tutti, ma per invitarle a unire intelligenze ed energie nell'unica missione che il presente esige per traghettarci nel futuro.
Detto con un filo di volgarità e una chiarezza universale: «salvarci le chiappe».
Se in precedenza la cupola del tempio risuonava di voci contrapposte, vera e propria colonna sonora del caos, adesso dobbiamo restituire alle parole il loro senso e convogliarle verso il solo traguardo rimastoci. Mentre le signore affilano le armi della seduzione nella competizione estiva tra Chioggia e Trieste, e l'industria del turismo balneare sforna gli spot pubblicitari del paradiso di sabbia che sta per accogliere i suoi fedeli, i pubblici amministratori di ogni ordine e grado e le nostre pattuglie di parlamentari, nonchè i dirigenti delle categorie imprenditoriali, faranno bene a convincersi che, senza interventi immediati e radicali che chiamano in causa un intero sistema economico con i suoi effetti collaterali, quello che ci ostineremo a definire «fenomeno inspiegabile» potrebbe svilupparsi in un degrado senza ritorno.
I pesci non hanno l'abitudine di celebrare suicidi di massa per misteriosi e indecifrabili «errori» ignoti alla nostra cultura, semplicemente soccombono quando li priviamo delle caratteristiche vitali del loro ambiente.
Non dovendo portare il fardello dell'intelligenza, è probabile che siano esentati dall'obbligo della stupidità.
Come quasi tutti gli animali «domestici», vale a dire commestibili, sono condannati a tirare avanti in un mondo sofisticato che li intossica prima di mangiarli. Così essi possono trasferire sulle nostre tavole, assieme ai piaceri della gola, i brividi del crimine di cui siamo gli unici autori.
Adesso il mare muore. La politica è viva ?"
EVIAN
Paul Watson, co-fondatore di Greenpeace e leader di Sea Shepard ha lanciato un s.o.s per il Mediterraneo durante la Global conference di Evian, dedicata a sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente. «Per salvare il Mediterraneo bisognerebbe bloccare la pesca per 20 anni. Nessuno dovrebbe pescare niente. Così lo stanno distruggendo».
«Ci sono 23 Paesi che hanno le loro sponde sul Mediterraneo, quindi è un puzzle molto intricato - spiega - perché nessuno è pronto ad assumersi i propri impegni sulla tutela dell’ecosistema e delle specie. Ma il mare sta morendo. Bisognerebbe creare un’area tabù, come fanno i popoli indigeni di Tahiti. Lì tutti la rispettano, perché c’è l’autorità degli sciamani a vigilare».
Situazione ben diversa da quella del mare Nostrum dove, denuncia Watson, tutti sembrano girarsi dall’altra parte. Come per esempio nel caso del tonno rosso: «I Paesi del nord Mediterraneo lo pescano dicendo “se non lo facciamo noi lo faranno i tunisini”. I tunisini lo pescano dicendo, “se non lo facciamo noi lo faranno i libici”ì. E così via. Ma la verità è che c’è un interesse a far ridurre la specie a portarla vicino all’estinzione, per denaro».
È il meccanismo di domanda e offerta, spiega: «Oggi un pesce si vende minimo a 70 mila dollari, alcuni toccano anche i 300 mila. Meno pesci ci sono, più il prezzo sale, quindi se la popolazione è ridotta al minimo chi vende i tonni è seduto su una miniera d’oro. È quella che si chiama ’economia dell’estinzione».
Un problema che, secondo i “pirati” di Sea Shepard, i governi sono incapaci di risolvere da soli, per mancanza di vera volontà politica. «Come per gli oceani, dove abbiamo tutte le convenzioni necessarie alla tutela, ma nessun incentivo ad applicarle. L’unica soluzione è che le persone si diano da fare, e agiscano in prima persona per tutelare il mare. Alcuni li chiameranno pirati, ma non devono preoccuparsene, perché è l’unica strada per il cambiamento».
«Ci sono 23 Paesi che hanno le loro sponde sul Mediterraneo, quindi è un puzzle molto intricato - spiega - perché nessuno è pronto ad assumersi i propri impegni sulla tutela dell’ecosistema e delle specie. Ma il mare sta morendo. Bisognerebbe creare un’area tabù, come fanno i popoli indigeni di Tahiti. Lì tutti la rispettano, perché c’è l’autorità degli sciamani a vigilare».
Situazione ben diversa da quella del mare Nostrum dove, denuncia Watson, tutti sembrano girarsi dall’altra parte. Come per esempio nel caso del tonno rosso: «I Paesi del nord Mediterraneo lo pescano dicendo “se non lo facciamo noi lo faranno i tunisini”. I tunisini lo pescano dicendo, “se non lo facciamo noi lo faranno i libici”ì. E così via. Ma la verità è che c’è un interesse a far ridurre la specie a portarla vicino all’estinzione, per denaro».
È il meccanismo di domanda e offerta, spiega: «Oggi un pesce si vende minimo a 70 mila dollari, alcuni toccano anche i 300 mila. Meno pesci ci sono, più il prezzo sale, quindi se la popolazione è ridotta al minimo chi vende i tonni è seduto su una miniera d’oro. È quella che si chiama ’economia dell’estinzione».
Un problema che, secondo i “pirati” di Sea Shepard, i governi sono incapaci di risolvere da soli, per mancanza di vera volontà politica. «Come per gli oceani, dove abbiamo tutte le convenzioni necessarie alla tutela, ma nessun incentivo ad applicarle. L’unica soluzione è che le persone si diano da fare, e agiscano in prima persona per tutelare il mare. Alcuni li chiameranno pirati, ma non devono preoccuparsene, perché è l’unica strada per il cambiamento».
Il ns. commento: indubbiamente l'articolo di cui sopra è in linea con quanto da noi scritto prima, ma pensiamo che la soluzione prospettata da Paul Watson sia eccessiva.
Noi pensiamo che una regolamentazione severa delle dinamiche della pesca che parta dalla salvaguardia della fauna ittica sia più adatta alla stessa ed anche al lavoro e all'economia che gli gira intorno. Un esempio: già 25 anni fa la pesca del salmone in Norvegia era contingentata. E ci sembra che tale sia rimasta negli anni salvaguardando la specie ma anche il lavoro che deriva dalla sua cattura.
Noi pensiamo che nel Mediterraneo e soprattutto nell'Adriatico ci sia bisogno di regole ferree per la pesca, senza finire nell'eccesso di Paul Watson di Greenpeace.
P.S.
Per concludere, ritorniamo alla realtà pescarese e raccontiamo i fatti accaduti nei primi mesi del 2011.
Nei precedenti articoli abbiamo cercato di fare un quadro della situazione delle strutture portuali pescaresi, che è risaputo in tutta la comunità scientifica essere un esempio di come non si dovrebbe intervenire sulle stesse.
Abbiamo cercato di spiegare come certi errori potevano essere superati e come certi altri potevano essere evitati. E ancora avremmo un’idea, di nuovo, di come poterli risolvere. E per questo abbiamo rivolto un invito alle Istituzioni (finora invano).
Il porto è talmente compromesso dagli interrimenti causati dalla diga foranea, nell’avamporto, e dai fanghi trasportati dal fiume, nel porto-canale, che rischia la chiusura totale. Le navi non entrano più e i pescherecci entrano ed escono strisciando sul fondo e compromettendo le attrezzature e i motori, oltre che lo scafo. Per protestare contro il mancato dragaggio, e sbagliando, i pescatori hanno spaccato le vetrate della Capitaneria. Che non ha colpe.
Ma evidentemente, rifacendoci a quanto scritto sopra, i problemi legati alla manovrabilità nel porto si sono sommati a quelli legati alla pesca vera e propria e a quelli del costo del carburante. Adesso si sono sovrapposti e triplicati.
Tutti e tre i nodi sono venuti al pettine contemporaneamente e sono diventati clamorosa protesta.
| il caro nafta costringe i pescherecci al disarmo |
![]() |
| il porto insabbiato impedisce l'ingresso a navi e pescherecci |
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Il 18 Novembre 2011 è stata data la fiducia al nuovo Governo presieduto dal prof. sen. Mario Monti.
E' stato nominato Ministro per l'Agricoltura e la Pesca il dott. Mario Catania.
Riprendiamo dal quotidiano La Stampa la scheda pubblicata lo stesso giorno:
Febbraio
2012
PROPOSTE PER LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA
PESCA
in
Adriatico (ma non solo )
Una
collaborazione tra l’Istituto G. Caporale di Teramo (ICT)
e
la marineria abruzzese
----------------
La base del ragionamento è rappresentata dalle conoscenze scientifiche
utili alla salvaguardia delle risorse
ittiche:
Per la salvaguardia della fauna ittica il metodo da
seguire non è quello dei fermo-pesca a pioggia durante l’arco dell’anno ma un metodo che per principio corrisponda al periodo di
riproduzione delle singole specie di pesce.
Il fine deve essere quello di permettere la salvaguardia
della fauna ittica e contemporaneamente la prosecuzione delle attività
marinare, attività che costituiscono da secoli la risorsa di intere generazioni
di addetti ai lavori e di cittadini fruitori del prodotto pescato.
E’ un po’ come quello che avviene per la pesca delle
nostrane vongole, chiamate nel dialetto locale “paparazze”, autoregolamentata dai pescatori stessi che evitano di pescare durante
il periodo di riproduzione e che alternano le zone di pesca, con l’aiuto di un
Ente scientifico (Istituto Caporale di Teramo), strategia dimostratasi efficace
nel tempo.
L’Istituto G. Caporale di Teramo (ICT) si è interessato in diverse
occasioni dell’argomento, elaborando proposte tecniche fatte proprie dal Comune
di Pescara e accolte dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e
Forestali per la definizione dei periodi del cosiddetto
“fermo-pesca
biologico”.
I risultati dello studio sono stati pubblicati
nei seguenti lavori
scientifici:
-
Giansante, C., Vallerani, M., Angelini, S. Periodi riproduttivi delle specie
ittiche dei mari italiani, 5° Convegno
Nazionale per le Scienze del Mare, Viareggio 14-18 novembre 2006.
.-
Giansante, C., Vallerani, M., Angelini, S. Spawning periods calendar of commercial fish in
the Adriatic Sea: a preliminary study, Chemistry and Ecology, 24(S1), 1–10, 2008.
Come indicano i dati del poster, è nei mesi primaverili
(marzo, aprile, maggio, soprattutto),
specificati nel testo, che deve intervenire il fermo biologico con il
totale coinvolgimento di tutte le
categorie di pescatori.
Comunque sarebbe importante approfondire e capire se si vuole fare un discorso generale
sulla biodiversità o se si vuole
proteggere in modo particolare qualche specie di maggiore interesse, se si
vuole agire sugli adulti o sul novellame.
ll “calendario ittico” redatto dall’ Istituto Caporale
Teramo (ICT) nel quale sono riportati i
periodi riproduttivi di tutte le specie del Mediterraneo è la base scientifica
sulla quale ragionare.
![]() |
| Calendario mensile estrapolato dal Poster dell' Istituto Caporale Teramo - ICT |
Da cui si evince che, come confermano le esperienze
storiche e le considerazioni empiriche della nostra marineria, i pesci si
riproducono specialmente a primavera, dal mese di marzo in poi, non appena la
temperatura dell’acqua sale, soprattutto sottocosta.
Ma, secondo noi, essendo difficile il controllo del
divieto di pesca nelle zone segnalate di seguito, sarebbe meglio seguire una
regola generale di semplice applicazione: il fermo biologico nel periodo
primaverile della riproduzione IN TUTTI I MARI
E PER TUTTI I TIPI DI PESCA.
Si è visto che i sistemi complicati individuati in passato,
alternando i fermi nei vari mari e in periodi sbagliati, non sono serviti a
proteggere la riproduzione, non hanno funzionato, vanificando il tentativo di
accrescere le risorse alieutiche e creando scompensi nel funzionamento dei
mercati.
Questo non significa che poi non debba essere posta in
essere una salvaguardia del NOVELLAME.
Questo però è più difficile, a meno che non si allunghi
il fermo di altri 3 mesi o non si effettui un vero ed effettivo controllo di
pesca sul novellame che, dalla zona di mare entro le classiche 3 miglia o dalle Zone di
Tutela Biologica individuate dalle varie marinerie, si allarga poi nelle altre
zone.
Non è azzardato perciò asserire che nelle ZTB, (indicate in seguito per l'Adriatico centrale) il
fermo-biologico dovrebbe essere esteso anche nei successivi 3 mesi (giugno,
luglio, agosto) o alternandole durante l’arco dell’anno.
L’allargamento delle maglie delle reti (40 mm .) già imposto dalla UE
purtroppo non ha risolto il problema. Perché quando le reti sono in tiro le
maglie, anche se più larghe si stringono lo stesso e buona parte dei pesci ne
fuoriescono morti. Il pescato è comunque inferiore, ma non è migliore la salvaguardia delle
risorse ittiche.
Disporre le maglie
della rete del sacco di traverso rispetto alla posizione della rete potrebbe
essere una soluzione. Ma non è nemmeno essa suffragata dalla verifica che i pesci più piccoli, e nemmeno tutti, che
ne fuoriescono, ne escono vivi.
Per la protezione
del novellame attualmente non ci sono altre proposte fattibili oltre il prolungamento
del fermo-biologico o l’alternanza del divieto di pesca nelle varie Zone di
Tutela Biologica, ZTB, conosciute dalle marinerie abruzzesi e di seguito
segnalate, e che ognuna delle varie regioni italiane potrebbe segnalare.
Sotto questo aspetto l’Istituto Zooprofilattico, ICT, è
disponibile e preparato a portare avanti una sperimentazione di fronte
all’adozione sia del fermo-pesca sottocosta sia dell’alternanza di fermo nelle
varie zone di pesca prestabilite.
Comunque, dal poster
dell’ICT e dal suo calendario è evidente che la maggior parte delle
specie ittiche si riproduce a PRIMAVERA, con un picco nel mese di Maggio e
decrescente nei mesi successivi, e quindi ogni sforzo per salvaguardarle va fatto in tale periodo: sarebbe questo il
vero FERMOPESCA-BIOLOGICO.
Il fermo
naturalmente deve riguardare contemporaneamente tutti i tipi di pesca, perché
altrimenti ne sarebbe vanificato l’intento:
Pesca a strascico con la tradizionale “tartana”
Pesca a strascico con la nuova rete “americana”
Pesca con la lampara (pesce azzurro: da approfondire con gli stessi operatori e con l'ICT)
Pesca con la lampara (pesce azzurro: da approfondire con gli stessi operatori e con l'ICT)
Pesca con il palangaro (con gli ami)
Pesca con le reti da posta (tramaglio, liscia,…)
Pesca con le nasse
Pesca con i cerchietti
Pesca con la canna (surf casting, d’altura,… )
e gli altri
La istituzione del
fermo-biologico primaverile, di semplice attuazione e che permette un facile
controllo sulla salvaguardia dei fondali, se esteso contemporaneamente in tutte
le zone e per tutti i tipi di pesca, risulta essere quindi la maniera migliore
di salvaguardare la riproduzione della fauna ittica, che è la priorità
assoluta.
Inoltre, nell’Adriatico centrale,
considerato la culla del Mediterraneo, dove si rileva scientificamente la più
grossa concentrazione di fitoplancton*, soprattutto nelle zone sottocosta, ma
anche nelle Zone di Tutela Biologica,
ZTB, sotto segnate, di cui la Fossa di Pomo, nursery riconosciuta di scampi
e naselli, già istituita ma senza Piano di Gestione, si dovrebbe attuare un
fermo alternato di 6 mesi o un anno. Come segnate sulla carta:
1) Fossa di Pomo: 43°00’-14°56’/43°28’-15°18’/43°16’-15°40’/42°51’-15°16’
( su cui c’è
un accordo del 2000 dell’Unione Europea con la Croazia , rivedibile,
adesso che anch’essa è entrata
nell’Unione. Purtroppo priva di Piano di Gestione, da quanto ci raccontano i
nostri che pescano in quelle zone, è stata eccessivamente sfruttata da
chiunque, sia da chi pratica lo strascico con la tartana sia da chi pratica la
pesca con il palangaro, ma soprattutto dai sambenedettesi che vi pescano tutti da
5/6 anni con le invasive reti americane
doppie. Con il risultato che anche la famosa Fossa si è
impoverita anzi desertificata).
2) “riconca”:
42°52’-14°27’/42°46’-14°32’/42°49’-14°39’/42°55’-14°35’
3) “gomito”:
42°52’-14°51’/42°54’-14°54’/42°59’-14°47’/43°01’-14°50’
4) “fondaletto”: 42°44’-14°,48’ / 42°48’-14°54’ /
42°41’-14°51’ / 42°45’-14°58’
*da “Oceano” di Piero Angela e
Lorenzo Pinna: il fitoplancton è alla base della catena alimentare marina:
Da
“Oceano” di P. Angela e L. Pinna
Da
“Oceano” di P. Angela e L. Pinna
Quindi:
Zone
di divieto di pesca:
La vecchia zona di divieto di
pesca a strascico entro le 3
miglia dovrebbe essere
allargata a 4 miglia .
Naturalmente va cercata
l’adesione dei paesi rivieraschi adriatici (della Croazia, ma anche dell’Albania
e della Grecia, e della Slovenia), e anche dei paesi rivieraschi mediterranei,
in modo da poter estendere la regola a tutti .
ZONE
DI RISERVA o ripopolamento:
-
Tutte
le zone costiere fino a 4
miglia . Tra la costa e le 2 miglia dovrebbe essere permesso pescare solo
con le reti da posta con il limite di lunghezza di 1.000 metri max, e
comunque non delle lunghezze attuali,
o con i piccoli palangari in uso
soprattutto sottocosta (Sicilia, Sardegna,…)
e le nasse, ma non durante il
fermo biologico primaverile.
-
Quindi
il limite per la pesca a strascico andrebbe posto a 4 miglia e il limite per
la pesca con reti da posta e gli altri sistemi a 2 miglia .
-
La
fascia tra le 2 miglia
e le 4 miglia
dovrebbe rimanere zona di ripopolamento dove è escluso ogni tipo di pesca, come
se fosse una Riserva Marina Permanente.
Naturalmente questa soluzione,
che potrebbe essere valida per l’Adriatico, va valutata anche dalle altre
marinerie, per assecondare il più possibile gli usi e le abitudini locali.
Sarebbe auspicabile: in questo modo si regolerebbe tutta la pesca,
soprattutto la piccola pesca ( reti da posta), che a primavera dentro le
vecchie 3 miglia
pesca tutte le “mamme”.
La piccola pesca cattura, ad esempio le seppie, quando
si avvicinano entro le 3
miglia tradizionali
per la riproduzione; deve per questo essere vietata in quel periodo.
Oltretutto non è possibile che
la pesca a strascico vada a pescare di frodo entro le vecchie 3 miglia , anche con i
pescherecci d’altura come raccontano i
nostri pescatori, salvo mollare velocemente i cavi d’acciaio di un miglio in
caso di controlli improvvisi della G.d F. o della C.P., e riportarsi fuori,
eludendo i controlli.
Sarebbe ora che le “bluebox”,
fatte installare su ogni peschereccio perché ne possa essere individuata la
posizione, siano fatte funzionare e i controlli attuati, visto che oltretutto
sono costate così tanto agli armatori.
Proporremmo inoltre di limitare
il tramaglio, molto più impattante sulla fauna marina, anche protetta, come
delfini e tartarughe, e meno “pescoso” per la seppia, come dimostrato nel
seguente lavoro dell’ICT:
Giansante C. (1), Castriota L. (2),
Milillo G.S. (1), Salini R. (1), Andaloro F. (2), Ferri N. (1)
Evaluation of the efficacy of bottom traps and trammel
net in capturing cuttlefish Sepia officinalis in Abruzzian waters (Adriatic Sea ).
Pesca
con reti americane:
dopo i primi dubbi sollevati dallo studio CNR-Unimar, luglio
2009, che qui non è possibile riportare, a proposito del loro uso:
-per le caratteristiche
delle catture,
-per le quantità di pescato maggiori rispetto alla “tartana” tradizionale, ma solo
per certi tipi di pesce,
-per il consumo superiore di carburante,
-e soprattutto per l’impatto sui fondali
e dopo le inconfutabili riprove
avute nella pratica quotidiana degli ultimi tre anni, in cui, rimanendo pressoché costante il numero
dei giorni di pesca settimanali, la scarsità crescente del pescato è evidente
oramai a tutti gli operatori, la responsabilità viene comunemente addebitata
alle invasive reti americane.
Esse, come specificato nella premessa, non strusciano sui fondali ma li arano, letteralmente. In tutte le zone
frequentate dai pescherecci che le usano, la rarefazione del pescato man mano
si è allargata ovunque, persino nella ricca fossa di Pomo, e si fa risalire
proprio alle reti americane la principale causa del depauperamento della fauna
ittica.
Quindi
va vietata nella maniera più assoluta.
Nei due mesi di fermo, chi ha
pescato finora con le americane avrebbe il tempo di ripreparare la tartana.
Ma a quelli che avessero dei
problemi a cambiare in due mesi questo tipo di rete si potrebbe dare alcuni
mesi di tempo ulteriore per cambiare la
rete e riarmare la vecchia tartana.
Pesca con reti da posta (o piccola pesca):
finora ha goduto di una specie di immunità totale, sia per quanto riguarda la lunghezza sia perchè non ha sottostato a nessun periodo di fermo.
Per cui, nei periodi di pesca, esclusa
quindi la primavera, la loro zona andrebbe limitata entro le 2 miglia e la lunghezza
della rete a 1.000 metri
max. o comunque non delle lunghezze eccessive attuali (oramai tutti, con una
sola rete, arrivano a coprire anche la distanza da Pescara ad Ortona).
Altrimenti non si riesce a capire perché la pesca a strascico, che impiega
risorse economiche molto maggiori per gli scafi, per i motori, per le
attrezzature e per le reti, debba sottostare a regole diverse, quali la
lunghezza delle maglie delle reti o il divieto di pesca sottocosta o il fermo biologico,
e la piccola pesca no.
Oltretutto considerato che,
operando essa sottocosta, va ad influire dove è maggiore il fenomeno della riproduzione
o del ripopolamento, maggiore deve essere quindi la necessità di salvaguardare
la biodiversità della fauna ittica (vedi cartine sulla distribuzione del
fitoplancton, precedenti).
Pesca con palangaro:
dovrebbe rispettare anch’essa il periodo di fermo
biologico primaverile, come regolato per gli altri sistemi di pesca, perché il
palangaro cattura tutti gli adulti, che vivono al largo, e quindi è molto
dannoso quando essi sono nella loro maggior capacità riproduttiva.
Pesca delle lumachine: l
a stessa marineria chiede di posticipare la pesca a
gennaio- febbraio.
Lo scarto:
l’ICT, Istituto Caporale
Teramo, sulla scia di indirizzi di studio locali ma anche di linee
guida europee, è disponibile ad una sperimentazione ulteriore con la
collaborazione dei pescatori locali per valutare il possibile recupero dei
pesci che vengono ributtati a mare (lo scarto) valutando le qualità
organolettiche degli stessi, e se il lavoro di preparazione e conservazione può
essere ricompensato da prezzi di mercato soddisfacenti per i pescatori ed anche
per gli acquirenti finali meno “danarosi”.
Giorni di pesca:
Si dovrebbe pescare solo 3 giorni alla
settimana (lunedì, mercoledì, giovedì).
Questo non solo per lo strascico,
ma anche per le reti da posta, etc…
La riduzione dello sforzo di
pesca deve essere generale, non solo della marineria pescarese.
Per gli altri tipi di pesca
(palangaro d’altura) i tempi vanno regolamentati in altra maniera,
concordandoli con le marinerie più
interessate (siciliane, sarde,…) che più effettuano la pesca al tonno, allo
spada…, allontanandosi per questo scopo settimane intere dalla costa.
Ripetere l’esperimento per 3
anni e vedere i risultati. Sicuramente tutto quello che si fa
deve essere supportato dalla ricerca scientifica per valutare i risultati ed
eventualmente affinare quanto è in sperimentazione.
Cassa Integrazione:
Nei 2 o 3 mesi di
fermo primaverile i pescatori vanno aiutati con una forma di cassa
integrazione.
E’ auspicabile
una maggiore razionalizzazione delle risorse economiche europee, nazionali e
regionali sulle reali necessità della categoria, in modo che
non sia un sostentamento di basso profilo, ma una cifra che permetta almeno di
soddisfare i bisogni primari (intorno ai 1.000/1200 euro al mese).
Inoltre, poiché
ogni armatore ha fatto degli
investimenti e ha mutui da pagare (chi per lo scafo, chi per il motore, chi per
le attrezzature,…), bisogna riconoscere un rimborso a forfait, a tonnellaggio
(?), per ogni barca, come si è fatto con l’ultimo rimborso “De Minimis”.
E, aspetto più
importante, bisogna che il contributo
sia elargito immediatamente, e non dopo un anno come è avvenuto per i vari
fermo-pesca attuati precedentemente, in modo da permettere ai pescatori almeno
il sostentamento immediato della famiglia, senza costringerli a ricorrere allo
scoperto in banca, ammesso e non concesso che le banche siano disponibili, data
la situazione economica attuale.
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(aggiornato 24 aprile 2012, h. 5:48)
Nello stesso blog:











Anche a termoli si teme per queste reti americane di cui ora si stà discutendo perchè molti vogliono utilizzarle visto il maggior pescato di alcuni pescherecci che già le utilizzano.Molti sono contrari ma non si sà lo sviluppo di questa problematica.Vorremmo avere un contatto per vedere,con scienza e coscienza di escluderle per il bene del futuro sia del MARE e della CATEGORIA e anche dei CONSUMATORI.Bisogna far capire a chi non vuol capire.
RispondiEliminaIl problema è grande. Molto più grande di quello che sembra, perchè, dopo il primo studio di Unimar 2009, che sollevava già molti dubbi, le verifiche fatte in quasi tutti i porti indirizzano verso l'abolizione totale delle reti americane.
EliminaInvece ci sono i sanbenedettesi che pescano addirittura normalmente con le doppie, e le altre marinerie che non hanno preso una posizione precisa.
Ma fanno come gli struzzi che non vogliono vedere.Però confermano anch'essi,confidenzialmente a voce, che le reti americane distruggono l'ambiente.
D'altronde il mare vi è stato affidato in concessione per pescare (non è vostro), ma se voi stessi non lo salvaguardate, chi può darvi una mano ? Chi non sa queste cose ?
A novembre abbiamo mandato una relazione al vice-commissario alla pesca europeo, on. Milana, e al Ministro italiano, Catania, e al direttore del Ministero, Abate.
Poi anche al direttore pesca, Di Paolo, della Regione Abruzzo e all'assessore Mauro Febbo.
Adesso tocca a voi riunirvi e decidere tutti insieme, per fare ancora pressione. Noi siamo disponibili. Quando volete.